Non illudetevi che siamo in Spagna, ci troviamo nella terra di Sicilia,
nel trapanese, e vi raccontiamo una storia di grande e quasi
incosciente coraggio che riguarda Pierpaolo Badalucco.
Il giovane si laurea in Scienze Politiche e scappando dalle vigne di
famiglie, ricordando con disagio di quando era costretto a vendemmiare,
va a Madrid per un master biennale in Economia. Lì incontra Beatriz de la Iglesia Garcia che è così bella che se ne innamora subito. Si sposano e lui per qualche anno lavora in banca.
Nel frattempo il papà Paolo, agronomo che fa il
burocrate alla Regione, non potendo dedicarsi alla campagna comincia a
vendere degli appezzamenti. Pierpaolo a questo punto viene convertito
all’improvviso amore per la sua terra, pianta un lavoro sicuro,
facilmente convince la moglie, che di suo farebbe la restauratrice ma
che per fortuna ama la campagna, e nel 2002 torna in Sicilia. Fin qui il
coraggio ci sarebbe, ma relativo. Il bello è che i coniugi Badalucco
non si contentano di occuparsi di 4 ettari di vigneto, anche se
trascurato, e di un ettaro di oliveto, ma decidono di fondere
ulteriormente l’anima italo-spagnola pensando di piantare e sperimentare
il Tempranillo, di cui ne possedevano degli esemplari relitti.
Ma se il Tempranillo si pasce con vigore nella Rioja,
nel nord ispanico, dove sarebbe come il sangiovese in Toscana, da noi
non si sapeva come reagiva e che prodotti poteva dare. Certamente è
capace di dare vini tannici e longevi, vini di colore intenso atti a
dare nerbo ad altre uve, tanto che si è diffuso in Portogallo, in
Argentina ed anche in Francia. Ma in Sicilia è dura, dal 2003 per 4 anni
Pierpaolo e Beatriz producono pochissime bottiglie, più che altro sperimentali,
e vanno correggendo le operazioni in vigna e quelle naturali in cantina
perché hanno un’altra fissazione: devono riuscire ad ottenere un vino
che li rappresenti, che rispecchi essenzialmente la loro terra e che
dimostri che anche nella bottiglia l’amore tra la Spagna e la Sicilia
si possa rivelare.

Quindi per rendersi la vita ancora più difficile decidono che questo vino debba essere il solo risultato che la
natura possa dare per cui niente trattamenti e concimi chimici, solo favino, rame e zolfo. Niente
lieviti
selezionati bensì quelli spontanei; la ciliegia o il tabacco devono
possederli l’uva non darli artificialmente dei batteri comprati
all’uopo.
Oggi finalmente dopo 5 anni sono riusciti a quadrare il cerchio: 1,5 ha
di Tempranillo ed altrettanti di Nero d’Avola, niente irrigazione,
terreno argilloso e scosceso a 50 m di quota, dove non arriva la brezza
del mare. La prima annata commercializzata con la significativa
etichetta di
Dos Tierras è stata il 2007 e il Tempranillo era al 20%. Ma la svolta vera è propria è stata nel
2009
quando sono riusciti a mettere a punto la coltivazione e l’epoca della
vendemmia e da quel momento i due vitigni sono stati miscelati in pari.
Una seconda etichetta è il
Temprano, un vino meno impegnativo col 20% di uve spagnole. In totale è una produzione di 8000 bottiglie, di cui 3.500 numerate di
Dos Tierras.
Parliamo di quest’ultimo. Le uve spagnole sono vendemmiate a fine
agosto, quelle di NdA a metà settembre e siamo nelle contrade Delia
Nivolelli e Pignolo di Mazara del Vallo. Raccolte a mano e portate in
una cantina in affitto che dividono con altri. Dodici giorni di
macerazione a 24°, perché l’unica operazione che decidono di ammettere è
l’uso del freddo. Poi in barriques usate dove il vino svolge
spontaneamente la fermentazione malolattica e riposa per 18 mesi. Non
filtrato, 2 travasi e viene imbottigliato per affinare almeno 6-8 mesi.
Per questi vini tanto naturali hanno la consulenza degli enologi
Ennio Gugliotta e Tina Lino.

Giudichiamo il risultato di tanto coraggio con l’esemplare 1659 dell’annata 2010 del
Dos Tierras.
Colore intenso più granato che rubino abbastanza brillante e limpido nonostante sia non filtrato. Avvicinato al
naso
già a calice fermo emana eleganza, complessità, fascino ed armonia;
ossigenandolo ecco distinguersi l’amarena, la ciliegia sotto spirito, un
esile tostato e qualcosa di balsamico, speziato, tanto tabacco e poca
liquirizia. La
bocca viene avvolta dalla fragranza del
frutto accompagnato da bei tannini morbidi abbracciati alla giusta dose
di acidità. E’ pieno, viscoso, caldo nonostante i soli 13,5°
alcolimetrici, equilibratissimo e lungo, tanto lungo, lascia la bocca
setosa ed appagata. Sicuramente sarà
longevo ma già oggi ha raggiunto la perfezione. Insomma un piccolo
capolavoro per il quale è valsa la pena di affrontare una sfida difficile e temeraria.
Per gli
abbinamenti non avete che da sbizzarrirvi. Noi
l’abbiamo apprezzato con una costata ai ferri, con del culatello e un
pezzetto di
tuma persa (vedi altro blog ndr). Ma non è necessario berlo a tavola, si presta
magistralmente ad essere gustato la sera sprofondati in poltrona.
Fonte: Cronachedigusto.it