martedì 25 marzo 2014

Il Catarratto questo sconosciuto



Catarratto significa "abbondanza" ed è uno dei vitigni più antichi autoctoni. Partendo dall’ultima suddivisone in quattro tipologie fatta dal Pastena (direttore dei Vivai Governativi di viti americane di Palermo e docente di viticoltura all’Università di Palermo) nel 1970:
-          Catarratto comune
-          Catarratto lucido a spargolo
-          Catarratto serrato
-          Catarratto extra lucido
Passiamo ai primi documenti riguardanti questo vitigno che risalgono al 1969 con Cupani e successivamente nel 1760 dal Sestini.
Il catarrato comune è quello più diffuso mentre gli altri tre tipo possono definirsi di nicchia. La zona dove è più diffuso è la Provincia di Trapani, ma oggi lo si trova in quasi tutte le Provincie siciliane  tranne che nell’ennese.
Prima che il vitigno grillo venisse utilizzato per la produzione di Marsala, il catarratto insieme al vitigno inzolia erano i più importanti per la produzione del Marsala stesso.
I vini derivati da questo vitigno solitamente hanno un colore che varia dal gallo paglierino al giallo dorato con sentori fruttati e note di fiori bianchi, non molto penetranti.
Al gusto si denota una importante alcolicità, morbido e strutturato.
Il catarratto si può utilizzare sia in purezza che blend grazie alla elevata alcolicità e alla forte struttura. Pertanto è semplice pensare che si abbina bene con pesci grassi ma anche con formaggi mediamente stagionati





lunedì 17 marzo 2014

Vino della settimana: Dos Tierras di Badalucco De La Iglesia Garcia

on 18 maggio 2013. Pubblicato in Il vino della settimana
 

Tempranillo e Nero d’Avola ad armi pari.
Non illudetevi che siamo in Spagna, ci troviamo nella terra di Sicilia, nel trapanese, e vi raccontiamo una storia di grande e quasi incosciente coraggio che riguarda Pierpaolo Badalucco. Il giovane si laurea in Scienze Politiche e scappando dalle vigne di famiglie, ricordando con disagio di quando era costretto a vendemmiare, va a Madrid  per un master biennale in Economia. Lì incontra Beatriz de la Iglesia Garcia che è così bella che se ne innamora subito. Si sposano e lui per qualche anno lavora in banca.

Nel frattempo il papà Paolo, agronomo che fa il burocrate alla Regione, non potendo dedicarsi alla campagna comincia a vendere degli appezzamenti. Pierpaolo a questo punto viene convertito all’improvviso amore per la sua terra, pianta un lavoro sicuro, facilmente convince la moglie, che di suo farebbe la restauratrice ma che per fortuna ama la campagna, e nel 2002 torna in Sicilia. Fin qui il coraggio ci sarebbe, ma relativo. Il bello è che i coniugi Badalucco non si contentano di occuparsi di 4 ettari di vigneto, anche se trascurato, e di un ettaro di oliveto, ma decidono di fondere ulteriormente l’anima italo-spagnola pensando di piantare e sperimentare il Tempranillo, di cui ne possedevano degli esemplari relitti.
Ma se il Tempranillo si pasce con vigore nella Rioja, nel nord ispanico, dove sarebbe come il sangiovese in Toscana, da noi non si sapeva come reagiva e che prodotti poteva dare. Certamente è capace di dare vini tannici e longevi, vini di colore intenso atti a dare nerbo ad altre uve, tanto che si è diffuso in Portogallo, in Argentina ed anche in Francia. Ma in Sicilia è dura, dal 2003 per 4 anni Pierpaolo e Beatriz producono pochissime bottiglie, più che altro sperimentali, e vanno correggendo le operazioni in vigna e quelle naturali in cantina perché hanno un’altra fissazione: devono riuscire ad ottenere un vino che li rappresenti, che rispecchi essenzialmente la loro terra e che dimostri  che anche nella bottiglia l’amore tra la Spagna e la Sicilia si possa rivelare.
Quindi per rendersi la vita ancora più difficile decidono che questo vino debba essere il solo risultato che la natura possa dare per cui niente trattamenti e concimi chimici, solo favino, rame e zolfo. Niente lieviti selezionati bensì quelli spontanei;  la ciliegia o il tabacco devono possederli l’uva non darli artificialmente dei batteri comprati all’uopo.
Oggi finalmente dopo 5 anni sono riusciti a quadrare il cerchio: 1,5 ha di Tempranillo ed altrettanti di Nero d’Avola, niente irrigazione, terreno argilloso e scosceso a 50 m di quota, dove non arriva la brezza del mare. La prima annata commercializzata con la significativa etichetta di Dos Tierras è stata il 2007 e il Tempranillo era al 20%. Ma la svolta vera è propria è stata nel 2009 quando sono riusciti a mettere a punto la coltivazione e l’epoca della vendemmia e da quel momento i due vitigni sono stati miscelati in pari. Una seconda etichetta è il Temprano, un vino meno impegnativo col 20% di uve spagnole. In totale è una produzione di 8000 bottiglie, di cui 3.500 numerate di Dos Tierras.

Parliamo di quest’ultimo. Le uve spagnole sono vendemmiate a fine agosto, quelle di NdA a metà settembre e siamo nelle contrade Delia Nivolelli e Pignolo di Mazara del Vallo. Raccolte a mano e portate in una cantina in affitto che dividono con altri. Dodici giorni di macerazione a 24°, perché l’unica operazione che decidono di ammettere è l’uso del freddo. Poi in barriques usate dove il vino svolge spontaneamente la fermentazione malolattica e riposa per 18 mesi. Non filtrato,  2 travasi e viene imbottigliato per affinare almeno 6-8 mesi. Per questi vini tanto naturali hanno la consulenza degli enologi Ennio Gugliotta e Tina Lino.
Giudichiamo  il risultato di tanto coraggio con l’esemplare 1659 dell’annata 2010 del Dos Tierras. Colore intenso più granato che rubino abbastanza brillante e limpido nonostante sia non filtrato. Avvicinato al naso già a calice fermo emana eleganza, complessità, fascino ed armonia; ossigenandolo ecco distinguersi l’amarena, la ciliegia sotto spirito, un esile tostato e qualcosa di balsamico, speziato, tanto tabacco e poca liquirizia. La bocca viene avvolta dalla fragranza del frutto accompagnato da bei tannini morbidi abbracciati alla giusta dose di acidità. E’ pieno, viscoso, caldo nonostante i soli 13,5° alcolimetrici, equilibratissimo e lungo, tanto lungo, lascia la bocca setosa ed appagata. Sicuramente sarà longevo ma già oggi ha raggiunto la perfezione. Insomma un piccolo capolavoro per il quale è valsa la pena di affrontare una sfida difficile e temeraria.

Per gli abbinamenti non avete che da sbizzarrirvi. Noi l’abbiamo apprezzato con una costata ai ferri, con del culatello e un pezzetto di tuma persa (vedi altro blog ndr). Ma non è necessario berlo a tavola, si presta magistralmente  ad essere gustato la sera sprofondati in poltrona.

Fonte: Cronachedigusto.it





Recensioni
di Giovanni Paternò

Rubrica a cura di   Salvo Giusino 

mercoledì 5 marzo 2014

È il momento di cercare i buoni salumi

Tema trattato: Consigli per gli acquisti

03/03/2014 -

Questa settimana, visto che siamo verso la fine dell’inverno (e dal punto di vista metereologico tutto lascia intendere che possa dichiararsi finito prima della “data ufficiale”), vogliamo invitarvi a ricercare buoni salumi, se possibile quelli più rari del vostro territorio. Tradizionalmente il maiale si uccide nei mesi freddi, diciamo da gennaio a marzo. Quindi siamo proprio in stagione, tanto più che cominciano ad arrivare sul mercato anche i salumi con molte settimane di stagionatura, anche di due mesi. Naturalmente la diffusione degli allevamenti intensivi e il proliferare di salumi industriali ha scombinato un po’ questa stagionalità tipicamente invernale, ma in molti casi, soprattutto quando si tratta di piccoli tesori di norcineria, si è ancora legati al rito quasi ancestrale che un tempo, nelle campagne di tutta Italia, era uno dei momenti clou dell’anno. Magari non si fa più la bucolica festa nell’aia che una volta vivacizzava i mesi freddi delle comunità contadine, ma il periodo rimane lo stesso, come vuole la tradizione. E le possibilità di scelta tra queste particolari meraviglie del nostro artigianato alimentare sono una miriade.
Consultando l’Atlante Slow Food dei prodotti italiani, per esempio, scopriamo che sono censiti circa 270 salumi rari, artigianali, fatti secondo regole antiche e nel rispetto della qualità assoluta. Niente conservanti, farine di latte o altri additivi che sono molto utilizzati dall’industria; giusto in qualche caso si tollera una minima quantità di nitriti o nitrati, e a volte non ci sono neanche questi. Quando comprate un salume controllate l’etichetta: l’abbondanza di additivi non indica che il prodotto faccia male, ci mancherebbe, ma sicuramente non è sintomo di grande qualità.
Conviene spendere un po’ di più e mangiarne magari meno, procurarsi qualcosa di eccezionale che oltretutto tramanda saperi antichi, nonché un pezzetto della nostra identità nazionale, forgiata nelle diversità regionali. Per quanto ci riguarda, vi consigliamo di scegliere nel catalogo (lo trovate sul sito) di oltre 30 Presìdi Slow Food dedicati ai salumi di carne di maiale, presenti in quasi ogni regione. Lì ci sono i nomi e i contatti dei produttori e siamo sicuri che se avrete voglia di provarne qualcuno rimarrete sbalorditi per le loro caratteristiche organolettiche. Una volta assaggiati vi garantiamo che non tornerete più indietro.
Carlo Bogliotti
c.bogliotti@slowfood.it
Da La Stampa del 1 marzo 2014

Come proprietaro di questo blog ti consiglio di provare qualcosa d'interessante cliccando qui (ndr)